Tipiù, nella sua veste di e-magazine dedicato a impresa, tecnologia e innovazione, non è più attivo. Ve ne sarete accorti.

Nonostante il nostro impegno e l’aver raggiunto page views e visite di tutto rispetto (anche fino a 100’000pv/mese), il vero e unico problema che ci ha messo in difficoltà sin dall’inizio è stato ottenere informazioni di prima mano da parte degli startupper o degli imprenditori.

Abbiamo sottovalutato la mentalità, purtroppo ancora molto radicata, del “se racconto della mia idea o del mio progetto, qualcuno me lo potrebbe rubare”, quando è dimostrato che, a meno che non si operi in ambiti delicati quali la ricerca sperimentale, è quasi certo che in contemporanea altri nel mondo stiano lavorando su una cosa uguale o comunque molto simile. Dire che si sta lavorando su un’idea imprenditoriale nei paesi anglosassoni è un primissimo modo per testare l’interesse della propria clientela target e dimostrare che si è sufficientemente corazzati per affrontare tutte le sfide che attendono il proprio progetto. Si ricevono critiche o complimenti, tutti utili per migliorare e correggere il tiro prima di affrontare il mercato o investire denaro.

Come detto, tutto questo è tipico del mondo anglosassone. Noi latini tendenzialmente ci teniamo strette le nostre idee per paura che ci vengano rubate. Ci sono capitoli interi di libri sull’imprenditoria che dicono che le idee, in quanto tali, non hanno alcun valore se non applicate in una vera dinamica di mercato, cioè l’idea vale quando diventa un processo che genera valore (economico). Detto meglio l’idea deve trasformarsi in innovazione. Dunque abbiamo paura di perdere qualcosa, ovvero l’idea, che non vale assolutamente nulla. In verità l’idea è alla base di tutto: se non la si condivide, non la si commenta o non la si esprime contestualmente a un progetto imprenditoriale, non potrà mai trasformarsi in un qualcosa di più concreto. Serve l’esecuzione.

Con Tipiù abbiamo sempre cercato di raccontare dell’esecuzione, più che dell’idea. È il modo con cui uno si dà da fare per trasformare l’idea in un’impresa che rende affascinante il mondo delle startup. Raccontare di come si passa da A a B, cioè come si crea il tanto ambìto valore aggiunto è ciò che attira i lettori: quali passi intrapresi, quali mezzi utilizzati, quali risorse investite, etc.
Recentemente ho avuto modo di venire a conoscenza dei dati dell’attività dei principali istituti preposti all’aiuto alle nuove imprese degli ultimi dieci anni. Quasi un migliaio di progetti, chiamiamoli pure startup, sono stati valutati e a volte sostenuti, altre no. Un migliaio in dieci anni, significa un centinaio all’anno. Più o meno 2 a settimana.

2 startup nuove a settimana su di un e-magazine come il nostro sarebbero state più che sufficienti per darci la necessaria motivazione ad andare avanti. L’anno scorso siamo riusciti, a fatica, a farci raccontare solo una manciata di storie. Troppo poco, troppo faticoso per giustificare l’esistenza di un progetto editoriale come quello che abbiamo lanciato.

La cosa più sorprendente, se permettete, è che tutto questo è stato fatto gratuitamente (per gli startupper) e quasi gratis quando qualche impresa o istituto voleva farsi della pubblicità.
Parlare di startup e non farci un soldo non è un business model molto solido, ma la finalità non è mai stata quella di far soldi. Il vero punto è che abbiamo sempre creduto nel potenziale della Svizzera italiana nel ritagliarsi un posto non solo in Svizzera, ma anche nel mondo. Parlo al passato, ma non perché io non creda più che questo possa accadere, bensì perché gli imprenditori e i giovani startupper non sono ancora pronti.

Le istituzioni, in un unicum penso mondiale, hanno messo in campo ogni possibile sostegno o supporto immaginabile: corsi, coaching, spazi, premi, incubatori, tecnopoli, agevolazioni fiscali e la messa in contatto con finanziatori. In nessun altra parte del mondo esiste una rete così strutturata e completa come quella che abbiamo in casa. Nonostante questo, nonostante si possa fare impresa senza avere innumerevoli ostacoli e difficoltà (in alcuni paesi enormi), la mentalità imprenditoriale, quella che ci servirebbe per riprendere in mano le sorti del nostro benessere economico, stenta a diffondersi.

Peccato, perché potevamo fare tanto e bene. Ma all’ennesimo rifiuto di rilasciarci un’intervista perché “non abbiamo il sito pronto” o perché “no, perché poi mi rubano l’idea” non ce la siamo più sentiti di insistere. Troppo straziante, e sicuramente tutt’altro che motivante. Lasciamo il campo alle istituzioni: spero che loro, con la forza e le strutture che hanno, possano riprendere da dove abbiamo lasciato noi. Il sito non chiude, ma non saranno pubblicati nuovi articoli.

Chiudiamo ringraziando tutti coloro che in quasi 3 anni ci hanno dimostrato il loro affetto, chi con un sostegno finanziario, chi con un semplice incoraggiamento quando eravamo un po’ sotto tono. Il più grande ringraziamento però va a chi ci ha seguito e letto in questi mesi. Tipiù è nato per voi. Grazie!

Forse, in un prossimo futuro, ci inventeremo qualcosa di nuovo. L’abbiamo sempre fatto. L’abbiamo nel nostro DNA.

A presto.

Ryan Vannin