In questi ultimi giorni ho finito di leggere un libro molto interessante, “Pedigree — how Elite Students get Elite Jobs” di Lauren A. Rivera, che racconta come il sistema scolastico e sociale americano non sia affatto un sistema interclassista e solidale, bensì l’esatto contrario. L’autrice spiega, con puntigliosa precisione, come le elite abbiano individuato un meccanismo di “auto-replicazione”, nonostante esistano leggi molto severe per garantire l’accesso agli studi universitari e la rappresentatività delle minoranze e delle donne nelle imprese, per mantenersi e per rinforzare il loro status tra l’1% dei più ricchi del paese. In poche parole, se non si è già ricchi, uomini, bianchi o perlomeno benestanti, la diffusa speranza che l’America sia la terra delle opportunità, dove “tutto è possibile” e dove “chi vuole può”, resta — appunto — solo una speranza.

A meno di vincere alla lotteria o di far parte di un piccolissimo gruppo di persone fortunate e di talento che riescono a realizzare una realtà imprenditoriale che vale miliardi (non bastano i milioni negli USA), la possibilità di rientrare nella elite e di riuscire ad accomodarsi tra le fila di chi decide le sorti di un intero Paese è praticamente impossibile. Questo, ovviamente, se si seguono le regole del gioco.
Le società di selezione che reclutano i giovani, ad esempio nelle top firm di Wall Street, scartano sistematicamente tutte le candidature che non arrivino dai college o dalle università della cosiddetta Ivy League, carissime (sebbene ci siano borse a sostegno della “diversity”), iper-selettive (non solo per meriti scolastici) e inaccessibili a 9 persone su 10. In poche parole: studiare nel posto sbagliato significa avere un futuro professionale mediocre (per chi ha prospettive di trovare lavoro, s’intende). E se questo non bastasse, indipendentemente dall’alma mater, laurearsi vuol dire avere sulle spalle un bel debito scolastico e della vita da campus di almeno decine di migliaia di dollari.

Per uscire dalla mediocrità si deve agire su più fronti e con una pianificazione a lunghissimo termine: dove vivere, quali scuole frequentare, chi frequentare, quali stage svolgere. È un circuito chiuso, difficilmente accessibile a chi non ha i mezzi per sostenerne i costi, evidentemente spropositati, di uno stile di vita “for rich only”.
Dunque la stragrande maggioranza degli americani, e tra questi anche quelli più meritevoli e di talento, è destinata a far parte della classe lavoratrice, fino a qualche tempo fa nota come il 99%, e rassegnarsi ad un futuro dalle prospettive incerte.
Direi che siamo molto distanti dal concetto di “opportunità”…

Ovviamente, non ho potuto fare a meno di paragonare quanto sopra con la nostra realtà, con il nostro quotidiano.
Ho come la sensazione che fino a qualche anno fa, direi fino al 2009-2010, il nostro sistema fosse esattamente concepito all’opposto, spinto da politiche sociali volte ad allentare il più possibile le frizioni e dare a chiunque dotato di buona volontà le stesse condizioni iniziali per scalare la piramide sociale. Ovviamente fino ad un certo punto, visto che anche da noi esistono classi inaccessibili e “auto-replicanti” che restano esclusivo appannaggio dei più ricchi. Ma questo ci può anche stare e non smentisce il concetto.

A partire tuttavia dal 2010 le cose sono cambiate. Sarà la pressione di chi vive oltreconfine, sarà l’incertezza dei mercati, la crisi del settore bancario o semplicemente un cambio di mentalità influenzato da internet e dalla globalizzazione, ma anche da noi si è iniziata a far strada una separazione tra ceti, indipendentemente dalle qualifiche professionali o dalla formazione. Così molti si sono ritrovati sempre più esclusi, da un momento all’altro, da tutta una serie di “privilegi” (per non dire disoccupati) che prima erano dati quasi per assodati.

La spirale d’incertezza ha fatto sì che se prima c’era spazio per tutti, oggi questo non sia più vero. E così anche alle nostre latitudini si nota sempre più il fenomeno del dare precedenza, nei posti chiave e in quelli più prestigiosi, all’amico o al conoscente. Forse qui da noi, in Ticino, è più evidente rispetto agli USA per una questione di “massa critica”, ma ultimamente ci è capitato molto spesso di chiederci se il favorito in una certa posizione sia stato scelto contemplando l’effettivo merito o il curriculum. A differenza però degli USA, qui da noi questo procedere non è istituzionalizzato e facente parte del sistema sociale. È quasi una perturbazione, che chiaramente sta iniziando ad infastidire sempre di più i componenti del nostro ceto medio (ancora invidiato da tutto il mondo) e che, se perpetrato ancora a lungo, non so dove ci porterà.

Un chiaro segno di questo malcontento lo si nota in occasione delle votazioni. Più volte i cittadini hanno fatto capire che qualcosa nel nostro sistema si è inceppato e interrotto e che bisogna intervenire. Ma la paura di non compiacere i poteri forti o semplicemente l’incapacità di prendere decisioni — a volte scomode — da parte di una certa classe dirigenziale e politica che permettano di ristabilire un equilibrio che dia di nuovo prospettive ai ticinesi, è sempre più percettibile.
Direi che in arrivo dagli USA ci bastano i panini e i film (e dai, anche i Mac). Mentre un sistema sbilanciato, che offre opportunità e possibilità solo all’1% della popolazione, con tutta sincerità, farei a meno di importarlo.