La realtà economica del nostro cantone è costituita da diversi attori che agiscono in un contesto di doppia contingenza: da una parte un tessuto imprenditoriale di piccolissime, piccole e medio aziende che fino al recente passato hanno saputo ritagliarsi interessanti quote di mercato in settori quali il farmaceutico, la meccanica di precisione, l’elettronica, la lavorazione dei metalli e delle materie plastiche, la logistica e i servizi a supporto; dall’altra lo Stato, il parastato e le istituzioni, che hanno saputo creare delle condizioni quadro particolarmente interessanti e con un occhio di riguardo al secondario. Il terziario, costituito da quasi l’80% delle imprese si è sempre in qualche modo arrangiato fino alla crisi del finanziario e dei consumi. Con gli sconvolgimenti degli ultimi periodi le prospettive in tal senso non sembrano destinate a dare molte speranze ad un rilancio per banche e per i commerci e, senza risultare troppo pessimista, nemmeno per il turismo.

Una prima incertezza riguarda il mercato del lavoro.
La manodopera locale è in diretta concorrenza con quella d’oltre frontiera, non tanto sulle qualità dei singoli lavoratori, quanto sul differenziale di costo. Che questo spinga verso al basso i salari è ormai un fatto innegabile che incide sulle possibilità occupazionali, ma anche e soprattutto sulla qualità di vita del ticinese medio, abituato ad un contesto di benessere e di certezze che vanno scomparendo.
Il problema non si risolve di certo mettendo dei salari minimi o cercando di convincere i disoccupati a ri-orientare le loro carriere verso i cosiddetti settori promettenti, che pare siano nell’industria della moda, la biotecnologia, la “meccatronica” e il turismo, di cui recentemente si è anche proposto uno studio.
Ciò che non viene detto è in che modo queste aree possano offrire prospettive occupazionali. Considerando ad esempio l’ambito moda, se è quella intesa dei grandi centri logistici e di operation internazionali, di possibilità d’impiego per ora non se ne vedono molte. I centri logistici stanno automatizzandosi sempre di più e grazie alla robotica e all’intelligenza artificiale anche il ruolo del magazziniere va a cambiare. Superfici per installare magazzini e capannoni sono rari e quei pochi rimasti non sono di certo appetibili per i costi dei terreni oramai in mano agli speculatori edilizi. Inoltre per gestire migliaia di metri cubi di operai ne servono pochissimi, ma anche di tecnici addetti alla gestione non ne servono poi molti, forse una decina.
Lo stesso discorso vale anche per la “meccatronica”, sempre più automatizzata e concepita attorno a sistemi integrati e intelligenti che richiedono pochissimi operatori altamente specializzati.
La biotecnologia è un settore nel quale abbiamo più chance: è attiva, competitiva, riconosciuta internazionalmente e in crescita. Anche in questo caso le possibilità di impiego non saranno per tutti, ma indirettamente lo potrebbero essere poiché affiancati ad essa potrebbero svilupparsi servizi di supporto dando in questo modo alcune prospettive a svariati profili.
Resto poco fiducioso per il turismo. O per lo meno non quello al quale siamo abituati. La riforma istituzionale c’è stata, ma sono gli operatori a dover fare un salto, forse molto ambizioso, e riproporre il nostro territorio in un’altra prospettiva. Un lavoro a lungo termine che forse potrà portare risultati solo fra anni.
È una nostra debolezza avere soluzioni solo a breve termine: imprenditori che non alzano lo sguardo e lavoratori che un po’ si accontentano di ciò che gli viene proposto. E ciò ci porta alla seconda incertezza.

Sebbene i settori siano promettenti e ad alto valore aggiunto, le imprese che operano o opereranno negli ambiti individuati avranno bisogno di sempre meno lavoratori, ma altamente specializzati. Se questi profili non fossero disponibili alle nostre latitudini queste imprese sarebbero in ogni caso costrette ad attingere a forze esterne. Ma chi può preparare tali profili? Da una parte le imprese esistenti. Purtroppo molte, troppe, sono rimaste indietro nell’applicazione dei moderni sistemi produttivi, preferendo attingere ancora a personale umano piuttosto che investire e ammodernare macchinari, strutture e impianti o applicando processi industriali moderni, creando perciò un gap innovativo. Dall’altra le scuole superiori o le SUP. Anche in questo caso la difficoltà nell’individuare percorsi formativi attuali è una vera e propria sfida. La velocità con cui avvengono i cambiamenti di ruolo e dei profili professionali è elevata e il rischio che un corso che oggi risulta allineato con le esigenze, domani sia già superato. La nostra debolezza sta nel fatto di essere ancora un’economia al seguito, non ancora in grado di proporsi come innovatrice e alla guida di un settore particolare che ci dia un posizionamento unico e un forte vantaggio competitivo in grado di distinguerci nel mondo e anticipare così i trend formativi.

Un’ulteriore incertezza è legata alla mentalità. Il troppo benessere ci ha infuso una sonnolenza e un’indifferenza su ciò che ci capita attorno, e forse anche ciò che ci capita internamente. Il mondo è in continuo fermento: cambiano i modelli di business, cambiano i riferimenti tecnologici e non si è mai assistito ad un flusso di innovazione così massiccio. Il web, le tecnologie legate alla comunicazione, l’informatica, le scienze analitiche e dei dati ne sono fondamentalmente all’origine. Peccato che, alle nostre latitudini, abbiamo sottovalutato per troppo tempo le opportunità che ne derivano, pensando che bastasse il “made in Switzerland”, la buona reputazione e il passaparola, chiaramente non più sufficienti per essere agguerriti e competitivi internazionalmente. Internamente ci siamo accorti solo recentemente che, con la costituzione di USI e SUPSI, stiamo facendo confluire “cervelli” di fama mondiale e studenti da ogni dove che si relazionano sempre di più con il territorio, portando un nuovo modo di osservare e percepire le cose. Individui provenienti da altre realtà, con forse meno prospettive e ancor meno certezze delle nostre, che si presentano però più coerenti e dinamici, più flessibili e anche più tolleranti ai cambiamenti. Un termine che forse li descrive bene è “affamati”. Non si tratta di persone con intenti malevoli, ma di persone dotate di sana e vivace ambizione. Queste hanno vissuto il cambiamento e sanno che ciò molto spesso è positivo e lo vogliono attuare anche da noi. La resistenza che noi ticinesi abbiamo, che è di fatto una debolezza, ci porta a diffidare da questo genere di proposte. Fortunatamente le nuove generazioni, quelle che hanno respirato l’aria di altre realtà (anche solo nella Svizzera tedesca) sono più ricettive e anche a loro volta stanno scoprendo di avere fame e a voler dare una svolta sia alla loro vita e sia al territorio nel quale vivono.

Esiste un modello interpretativo che dice che le incertezze, che derivano dalle minacce dell’ambiente esterno, sono da contrapporre alle opportunità. Non senza aver cercato di ovviare alle debolezze, che dovrebbero essere mutate in forze. È una SWOT semplicistica, che fotografa ciò che oggi si può osservare nel nostro Cantone. Per ora la sensazione è che si sia ancora molto disorientati, e in tal senso le incertezze e le debolezze, temo, sono destinate a rimanere tali ancora per parecchio tempo.